Approfondimenti

 

LA MORTE DI GIACINTO ATTRIBUITO A CECCO DI CARAVAGGIO 1606

E’ il 28 Maggio 1606, in un capannone di legno vicino a Campo Marzio Michelangelo Merisi sta giocando a pallacorda contro Ranuccio Tomassoni. Purtroppo un corpo letale colpisce a morte quest’ultimo.
Le origini nobili dell’uomo rendono l’incidente un affare diplomatico. Per cercare perdono l’amico di Michelangelo nonché, sembra, compagno di doppio, Gianbattista Marino, suggerisce la realizzazione dell’opera “La morte di Giacinto” riprendendo una storia delle “Metamorfosi”.
La presenza della racchetta attualizza la storia e attribuisce la morte del protagonista alla violenza impressa alla palla durante la gara. Pensiamo che la palla in questione era una sfera di cuoio molto pesante. La pietà e la compassione negli occhi del soccorritore (Caravaggio) avrebbero dovuto muovere al perdono la famiglia del malcapitato. Così non fu ed ebbe inizio l’esilio dell’artista.
La presenza dello sport in un dipinto del 1600 ci dà anche l’occasione per una riflessione antropologica. Lo sport non come esibizione agonistica ma come ruolo nella società, al pari delle contese cavalleresche che stavano cedendo il passo. Contese intrise di forza, orgoglio, lealtà, onore.
 
Eterni principi che non dobbiamo dimenticare mai quando entriamo in campo. In bocca al lupo per la nuova stagione a tutti.

 

MATCH POINT – WOODY ALLEN – 2015

Chi disse “Preferisco avere fortuna che talento” percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no, e allora si perde.”

Film di Woody Allen, definito un thriller psicologico, mette in scena una metafora della vita e dei suoi grandi temi: La Fortuna, il Caso, la Colpa, il Castigo. Ci si può trovare la risposta alla consueta domanda: “meglio essere bravi o fortunati nella vita?” La fortuna sfugge ai gangli della nostra razionalità, dell’impegno e del controllo e questo ci disturba ma ha un ruolo importante (talvolta fondamentale), nell’andamento della vita. L’indagine psicologica dei personaggi nella loro evoluzione è accurata e arricchita da riferimenti a Dostoevskij e alla sua opera “Delitto e castigo”, se nell’opera letteraria i due elementi sono imprescindibili e disegnano un cammino di redenzione nel film interviene la fortuna che devia il percorso lasciando il delitto senza castigo. Il ruolo del castigo però libera dal delitto, cosa che non succede nel film lasciando un’anima tormentata a fare i conti con le sue inquietudini per tutta la vita

Una interessante analisi del film si trova qui

http://www.psychiatryonline.it/node/2565
“Sarebbe appropriato se io venissi preso e punito. Almeno ci sarebbe qualche piccolo segno di giustizia. Una qualche piccola… quantità di speranza di un possibile significato”.”

“È incredibile come cambia la vita se la palla va oltre la rete o torna indietro, no?”

“«In ogni cosa è importante avere fortuna. Il lavoro è indispensabile ma hanno tutti paura di ammettere quanta parte abbia la fortuna. In fondo gli scienziati stanno confermando sempre di più che la vita esiste solo per puro caso: nessuno scopo, nessun disegno.»

“Ho la competizione nel sangue. Ti disturba? ”

” È così che si migliora: giocando con i più forti.”

 

IL GIARDINO DEI FINZI CONTINI – GIORGIO BASSANI – EINAUDI 1962

“la realtà è che il tennis – sentenziò con straordinaria enfasi – , oltre che uno sport, è anche un’arte, e come tutte le arti esige un particolare talento, quella certa “classe naturale”, insomma, senza la quale niente, uno resterà sempre una “scarpa” vita natural durante.”

Romanzo, uscito nel 1962, che narra le vicende di un ragazzo ebreo che a causa delle leggi razziali viene espulso dal circolo di tennis della sua città e stringe amicizia con due suoi coetanei di una famiglia benestante ferrarese. Intorno al campo da tennis della loro villa, gli amici crescono, maturano, e si affacciano alla vita sociale, politica e amorosa.

“La volta che mi riuscì di passarci davvero, di là dal muro di cinta del Barchetto del Duca, e di spingermi fra gli alberi e le radure della gran selva privata fino a raggiungere la magna domus e il campo da tennis, fu assai pù tardi, quasi dieci anni dopo.”

“Si era nel ’38, a circa due mesi da quando erano state promulgate le leggi razziali,…un pomeriggio, verso la fine di ottobre, pochi minuti dopo esserci alzati da tavola, avevo ricevuto una telefonata di Alberto Finzi-Contini. Era vero o no che io e “tutti gli altri” con lettere firmate dal vice-presidente e segretario del Circolo del Tennis Eleonora d’Este, Marchese Barbicinti, eravamo stati dimessi in blocco dal club: “cacciati via” insomma? … Se mi accontentavo di un campo di terra battuta bianca, ripeté, con scarso out, se, soprattutto, dato che io giocavo sicuramente molto meglio, mi fossi “degnato di fare quattro palle” con lui e Micol, ambedue loro ne sarebbero stati lieti e onorati.”

“Era un martedì. Non saprei dire perché di lì a pochi giorni, il sabato di quella stessa settimana, mi risolvessi a fare proprio il contrario di quanto mio padre desiderava. Escluderei che c’entrasse il solito meccanismo di contraddizione che induce i figli alla disobbedienza. A invogliarmi improvvisamente a tirar fuori la racchetta e i vestiti da tennis, che riposavano in un cassetto da più di un anno, forse non era stata che la giornata luminosa, l’aria leggera e carezzevole di un primo pomeriggio autunnale straordinariamente soleggiato.”

“Non ero stato il solo ad essere invitato. Quando, quel sabato pomeriggio, sbucai in fondo a Corso Ercole d’Este I provenendo da piazza della Certosa, notai subito che davanti al portone di casa Finzi-Contini sostava, all’ombra, un piccolo gruppo di tennisti. Erano quattro ragazzi e una ragazza, anch’essi in bicicletta: frequentatori abituali del Circolo Eleonora d’Este. Tutti, a differenza di me, erano già in perfetta tenuta di gioco. Indossavano sgargianti pullover, pantaloncini corti: soltanto uno ..portava calzoni lunghi di lino bianco e una giacca di fustagno marrone.”

“Fummo veramente molto fortunati, con la stagione- Per dieci o dodici giorni il tempo si mantenne perfetto, fermo in quella specie di magica sospensione, di immobilità dolcemente vitrea e luminosa che è particolare di nostri certi autunni. Faceva caldo nel giardino: quasi come se si fosse d’estate. Chi ne aveva voglia poteva tirare acanti a giocare a tennis fino alle cinque e mezzo e oltre, senza timore che l’umidità della sera, verso novembre già così forte, danneggiasse le corde delle racchette. A quell’ora, naturalmente, sul campo non ci si vedeva quasi più. Però la luce, che tuttora dorava laggiù in fondo i declivi erbosi della Mura degli Angeli, pieni specie la domenica, di follia lontana – ragazzi che correvano dietro al pallone, balie sedute a sferruzzare accanto alle carrozzine, militari in libera uscita, coppie di fidanzati alla ricerca di posti dove abbracciarsi -, quell’ultima luce invitava a continuare, a insistere in palleggi non importa se ormai quasi ciechi.”

“Eh sì – aveva detto allegramente Micol, mentre ancora stava passandosi un asciugamano di spugna sul viso accaldato – per gente come noialtri, abituata ai terreni rossi dell’Eleonora d’Este, sarebbe stato ben difficile ritrovarsi a proprio agio su quel loro polveroso campo di patate! E l’”out? Come avremmo fatto a giocare con così poco spazio alle spalle? Ahimè: in quale abisso di decadenza eravamo precipitati, poveri noi!”

“Era vero, da bambina aveva avuto per me un piccolo striscio: e chissà, forse era proprio questo che adesso la bloccava talmente nei miei riguardi. Io … io le stavo di fianco, capivo?, non già di fronte: mentre l’amore – così almeno, se lo immaginava lei – era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda: uno sport crudele, feroce, ben più crudele del tennis! Da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà di propositi”

“Diversamente dall’autunno scorso Micol non era in shorts. Portava una gonna di lana bianca pieghettata, molto vecchio stile, una camicetta anch’essa bianca, con le maniche rimboccate, e strane calze lunghe, di filo candido, quasi da crocerossina. Tutta sudata, rossa in viso, si accaniva a lanciare palle negli angoli più remoti del campo, forzando i colpi; ma il Malnate, sebbene ingrassato e sbuffante, le teneva testa con molto impegno.”

“Ci eravamo seduti uno accanto all’altro sui gradini esterni della Hutte, e benché fossero già le otto ci si vedeva ancora. Scorgevo Perotti, in distanza, affaccendato a smontare e arrotolare la rete del campo da tennis, il cui terreno, da quando era arrivata dalla Romagna la nuova polvere rossa, non gli sembrava mai curato a sufficienza.”


OPEN – LA MIA STORIA DI ANDRE AGASSI – EINAUDI 2015

E’ l’autobiografia di un campione che si rivela negli aspetti più intimi e profondi della sua vita di atleta e di uomo. Il successo di questo romanzo si deve, a mio avviso, alla scrittura di J.R. Moehringer – Premio Pulitzer, giornalista e scrittore di talento statunitense, è grazie alla sua capacità che riusciamo a vivere soddisfazioni fallimenti gioie e delusioni di uno dei più grandi e curiosi tennisti. A partire dal suo dichiarato e immenso odio per il tennis, passando per l’incontro con Gil Reyes il suo preparatore atletico, Brad Gilbert, Stefi Graf, presenze fondamentali per la sua vita e per il suo incredibile successo.

Gil: “Andre, devi mangiare, dormire e bere tennis. È l’unico modo per diventare il numero uno.” “Una mattina, prima del sorgere del sole, m’insegna una frase che sua madre gli dice sempre: Qué lindo es soñar espierto, dice. Com’è bello sognare a occhi aperti. Sogna a occhi aperti, Andre. Sono capaci tutti di sognare dormendo, ma tu devi sognare sempre, e raccontare a voce alta i tuoi sogni, e crederci.”

“La borsa da tennis assomiglia molto al tuo cuore: devi sapere in ogni momento cosa c’è dentro.”

“Chiedo una pausa per parlare da solo, a voce alta, e mi dico: Vinci questo punto o te lo rinfaccerò a vita. Non sperare che faccia doppio fallo, non sperare che sbagli. Controlla quello che tu puoi controllare. Rispondi a questo servizio con tutta la forza che hai e se rispondi forte e sbagli potrai accettarlo. Potrai sopravvivere. Una risposta, niente rimpianti. Colpisci più forte.”

“Non puoi giudicare come gioca! Sei così confuso là fuori, così accecato dal panico che mi sorprende che tu riesca anche solo a vederlo. Troppo bravo? Sei tu a farlo sembrare bravo. Ma…Lasciati andare. Se devi perdere, almeno fallo alle tue condizioni.Colpisci quella cazzo di palla. Ma…Se non sei sicuro di dove tirare,eccoti un consiglio. Tira dove tira lui. Se lui tira un rovescio incrociato,tira anche tu un rovescio incrociato.Solo tiralo un po’ meglio. Non devi essere meglio del fottuto mondo intero, ricordi? Devi semplicemente essere meglio di un’unica persona. Non c’è un tiro che lui ha e tu no. Fottitene del suo servizio. Il suo servizio cederà se inizi a colpire a modo tuo. Colpisci. Colpisci e basta. Se devi perdere, oggi, bene, posso accettarlo, ma perdi alle tue condizioni”.

“La vita è un incontro di tennis tra estremi polarmente opposti. Vincere e perdere, amare e odiare, aperto e chiuso. È utile riconoscere presto questo fatto penoso. Quindi riconoscete gli estremi contrapposti in voi e se non riuscite ad accettarli o a riconciliarvi con essi, almeno ammetteteli e tirate avanti. L’unica cosa che non potete fare è ignorarli.”

INFINITE JEST _ DAVID FOSTER WALLACE – EINAUDI 2016

Opera monumentale di oltre 1400 pagine, non mi sento di consigliarne la lettura ma le pagine dedicate al tennis incantano chi come l’autore prova una passione profonda per il nostro sport.

“Cercate di vedere voi stessi nei vostri avversari. Vi porterà a capire il Gioco. Ad accettare il fatto che il Gioco riguarda la gestione della paura”

“Il talento coincide con l’aspettativa che suscita, Jim, o sei alla sua altezza o quello ti sventola il fazzoletto e ti abbandona per sempre.”

“Ogni palla ben colpita ammette n. possibili risposte, una scelta di esecuzioni, matematicamente incontrollata ma umanamente contenuta, delimitata dal talento e dall’immaginazione di se stessi e dell’avversario, ripiegata su se stessa dalle frontiere dell’abilità e dall’immaginazione che infine fanno soccombere uno dei giocatori, che impediscono a entrambi di vincere, che finiscono col fare di tutto questo un gioco, queste frontiere del sé”

“Il vero avversario, la frontiera che include è il giocatore stesso. C’è sempre e solo l’io là fuori, sul campo da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dall’altro lato della rete: lui non è il nemico: è più il partner nella danza. Lui è il pretesto l’occasione per incontrare l’io. E tu sei la sua occasione. Le infinite radici della bellezza del tennis sono autocompetitive. Si compete con i propri limiti per trascendere l’io in immaginazione ed esecuzione. Scompari dentro il gioco: fai breccia nei tuoi limiti: trascendi: migliora: vinci”